Abbandoni

Ricordi contadini (Cascina Paradiso, Rodano)

Uno dei posti abbandonati più affascinanti che abbia visto recentemente è la Cascina Paradiso a Rodano (MI). Affascinante perché totalmente inaspettata, visto che ci sono finita per un caso fortuito, ma anche perché il sito è enorme e… Beh, è ancora vivo, pur essendo praticamente morto.

Tant’è che, mentre le altre persone con cui mi sono trovata lì (un corso di illustrazione) si sedevano a fare sketch dal vivo, io ho tirato fuori la macchina fotografica e mi sono messa a gironzolare.

Perché di stare ferma in un punto solo, con tutto quel bendidio da vedere, manco a parlarne!

Cascina Paradiso, antico cascinale padano

La Cascina Paradiso è situata nel Parco Agricolo Sud di Milano, poco distante dalle sorgenti della Muzzetta (tra i comuni di Rodano e di Settala). Quando mi avevano parlato di “cascina abbandonata”, le mie origini montane mi avevano fatto associare l’idea di “cascina” a quella di una casetta sperduta nella campagna e semi-diroccata. Insomma, quattro muri. Niente di più errato!

La Cascina Paradiso è una vecchia struttura agricola tipicamente padana, enorme, con tutti gli edifici adibiti al lavoro costruiti attorno ad una grande corte squadrata. Silos, stalle e fienili abbinati ad abitazioni mangiate dal tempo e invase da vespe e sterpaglie a muro… Ma anche depositi per il rimessaggio dei trattori, arnie per le api, file e file di stanze per la mungitura, le mucche e i maiali.

Basta metterci piede per trovarsi catapultati in quella che doveva essere la vita contadina dei tempi passati.

Le vecchie stalle

All’enorme corte invasa dalle erbacce si arriva costeggiando gli edifici delle stalle e i fienili (con il tetto sfondato): quando entro, un odore pregnante di legno muffito e polvere mi aggredisce le narici. Il silenzio è rotto dal ronzio delle vespe… O sono api? Nel cortile retrostante scorgo delle arnie, ma non capisco se siano recenti o meno, e due enormi silos di stoccaggio.

Doveva essere una cascina molto produttiva. Le stalle sono immense e se chiudo gli occhi mi pare di immaginarmi la puzza di letame, gli scolatoi pieni, le vacche e i vitelli legate alle sbarre. Appena oltre le stalle, c’è la sala della mungitura: gli attrezzi da lavoro sono ancora tutti lì, drappeggiati di ragnatele.

Qui ci abitava qualcuno…

Sulla sinistra della corte si apre invece quella che doveva essere l’abitazione dei padroni. Si intuiscono un porticato e stanze con un camino, degli infissi in legno, alcune piastrelle bianche dipinte di azzurro. Si fa fatica a entrare: i rampicanti sono una cortina spinosa che getta penombra in tutti gli interni, il pavimento è coperto di calcinacci e assi di legno, forse vecchie porte scardinate.

Se nella stalla la sensazione era di quiete antica, qui c’è qualcosa di diverso. L’aria è asfittica, sa di chiuso e di irrisolto. O forse è solo la mia immaginazione che galoppa: probabile, lo fa da sempre.

Gli altri due lati degli edifici che si aprono sulla corte sono impossibili da raggiungere: le sterpaglie sono una foresta, le vespe ronzano a sciami, mi servirebbe un machete per arrivarci. Una delle costruzioni pare una sfilza di piccole abitazioni, forse quelle dei fittavoli? Sulla sinistra, oltre la selva oscura della natura che riprende il suo posto, intuisco altre stalle, altri fienili, anch’essi diroccati.

I tetti sfondati sembrano bocche avide di porzioni di cielo. L’autunno che avanza dipinge di verde, rosso e oro i rampicanti, i tralci d’uva che abbracciano i muri, le chiome cascanti di rami e foglie che sono tornati ad essere i padroni. E in sostanza è uno spettacolo bellissimo.

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