Storie

A piedi dalla Lombardia alla Calabria per ricordare Lea Garofalo, testimone di giustizia

1.580 chilometri. A piedi. Un viaggio lungo l’Italia alla scoperta di se stessi, dei panorami dimenticati, delle storie umane che inevitabilmente si intrecciano ai passi di chi sceglie la fatica del cammino. Ma anche e soprattutto una testimonianza di partecipazione civile e di memoria, macinata chilometro dopo chilometro nel ricordo di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa a Milano nel 2009, a cui hanno dedicato il loro viaggio.

In memoria di Lea Garofalo…

A vederli, Valerio d’Ippolito e Valentino Marchiori sembrano due normalissimi signori di mezza età, accomunati da una grande amicizia e da una condivisa passione per il trekking. Eppure, quella che hanno compiuto nell’estate 2014 ha tutti i connotati di una grande impresa, una di quelle che restano nel cuore sia di chi le compie che di chi le sente raccontare: nella società della fretta e della velocità, della dissacrazione e dell’indifferenza, hanno scelto di compiere un “pellegrinaggio laico” simbolico dal luogo in cui è stato rinvenuto il corpo di Lea fino al luogo in cui la donna era nata e cresciuta. Da San Fruttuoso di Monza a Petilia Policastro. Dalla Lombardia alla Calabria. Dalla morte alla vita. Nel mezzo, un viaggio personale e al tempo stesso collettivo di due amici che hanno voluto ricordare così – lentamente, in silenzio – il coraggio di una piccola, grande donna che ha pagato con la vita la sua ribellione alla ‘ndrangheta.

Ci incontriamo un pomeriggio di primavera inoltrata, davanti ad un caffè. È passato diverso tempo dal pellegrinaggio ed è persino strano trovarsi qui a parlarne, seduti in un bar semideserto con l’aria condizionata rievocando stanchezza, vesciche sui piedi e dolori alle gambe. Quando gli ho chiesto se avesse voglia di raccontarmi la sua avventura, Valerio ha acconsentito subito: è un uomo gentile e discreto, preciso, ha sempre un libro o un giornale sotto braccio e ama passeggiare e lasciare che i piedi lo portino alla scoperta di posti nuovi. Si racconta con semplicità.

«Durante il viaggio ogni sera scrivevo i miei pensieri su un quaderno. Alla fine ne ho riempiti quasi sette: scrivevo ciò che mi passava per la testa, sulla mia vita, sul passato, su quello che stavamo facendo. Da quando sono tornato, però, non ho ancora avuto il coraggio di aprirli e rileggerli, né di ripercorrere le motivazioni o il senso reale del pellegrinaggio. Lo faccio ora per la prima volta».

Valerio e Valentino sono partiti il 18 maggio 2014 e il loro viaggio si è concluso il 21 luglio. Un mese e mezzo, sei o sette ore di cammino al giorno. Spesso soltanto poche parole durante la giornata, giusto quando ci si fermava per pranzo e quando, stanchi, si giungeva alla tappa prevista per quella giornata. «Sai cosa? Questa esperienza mi ha fatto riscoprire il bisogno di stare da solo, e di farlo camminando. È vero, io e Valentino eravamo in due: eppure quando ci spostavamo da una tappa all’altra, ciascuno era solo con se stesso e con i propri pensieri. I momenti di solitudine sono fondamentali sia mentre si cammina sia mentre ci si riposa e Valentino sapeva che ogni giorno avevo bisogno dei miei spazi e dei miei tempi per far “sedimentare” le impressioni della giornata. È stato sì un viaggio fisico, impegnativo, bellissimo, ma anche e soprattutto un viaggio interiore».

Ma cosa spinge due uomini ad intraprendere qualcosa del genere, un viaggio che mi pareva infinito? Ero incuriosita e affascinata dalla volontà di portare una testimonianza di resistenza civile così, con lo zaino in spalla e l’umiltà di tacer camminando, per raccontare la storia forte, fortissima del coraggio di Lea, nota sì alle cronache dei giornali ma meno, forse, al cuore delle persone. L’ho chiesto a Valerio, rigirando il cucchiaino nel caffè. Alla fine, mi sembrava che il senso fosse tutto in quella domanda: perché? «Non te lo so dire – risponde -. So solo che l’interruttore è stata Lea Garofalo».

Lea Garofalo: una storia di ‘ndrangheta, coraggio e riscatto

Lea, anche lei calabrese come Valerio. Lea, che ha pagato con la vita la sua scelta di testimoniare contro la ‘ndrangheta. Lea, vittima di lupara bianca nella “civilissima” Lombardia, dove la mafia non esiste, come sosteneva qualcuno. Dove al massimo ci sono alcune famiglie, ma un radicamento mafioso proprio no, in Lombardia no. Sia mai. Eppure, Lea Garofalo la vita l’ha persa qui, a Milano, proprio nel luogo dove lei credeva di poter essere al sicuro. Il suo corpo è stato ritrovato in un campo a San Fruttuoso di Monza: Calabria chiama Brianza, Brianza risponde. Col silenzio.

«Sono andato a tutte le udienze del processo d’appello a Milano – racconta Valerio -, quando la corte d’assise d’appello di Milano ha confermato quattro dei sei ergastoli inflitti in primo grado. Mi ha turbato sentir parlare Carmine Venturino, l’ex fidanzato della figlia di Lea, Denise: ha dato tutta la sua testimonianza in dialetto crotonese… Il dialetto scava dentro più dell’italiano, è viscerale, fa scattare leve diverse. Io sono calabrese e sentire quel dialetto… Ecco, quello è stato l’interruttore». La scintilla che ha fatto esplodere la voglia di fare quel viaggio è legata ad una parola, addunare: «Ci sono parole, nelle proprie lingue d’origine, che quando le senti sono come delle saette, perché risvegliano un antico sentire che ci si porta dentro da sempre. Questa parola, addunare, è stata detta da Carlo Cosco, il marito di Lea, ad uno della banda dopo aver ucciso Lea. Carmine Venturino l’ha riportata nella confessione. Vuol dire accorgersi all’improvviso di qualcosa che non ci si aspetta, ma emotivamente parlando non rende l’idea. Quando ho sentito quella parola, l’immagine che mi si è fissata davanti erano gli occhi di Lea, la sua dolorosa consapevolezza di essere stata ancora una volta tradita. Purtroppo, sarebbe stata l’ultima. È stato allora ho iniziato a pensare di dover fare qualcosa». Fa una pausa.

«Dopo l’udienza di Venturino nel maggio 2013, ho esposto a Valentino la mia idea. Non mi ha chiesto niente, non ha cercato di dissuadermi. Mi ha risposto solo con un messaggio: “Vengo anche io”».

La grande impresa: dal dire al fare…

Valerio e Valentino a San Fruttuoso di Monza, in partenza!

Ci è voluto quasi un anno affinché quel pensiero – quel seme nato da uno slancio di consapevolezza e indignazione – si concretizzasse. Ché all’inizio non era altro che questo: un pensiero, appunto, un’idea ancora più vicina al sogno che al progetto. Il tempo passa e queste idee stanno sempre lì, acquattate, ad aspettare il momento giusto per tornare alla carica. Quale momento giusto? «I funerali di Lea, a Milano. Era il 19 ottobre 2014. Il discorso di don Luigi Ciotti in quell’occasione è stato una sferzata: allora ho capito che era il momento di progettare davvero il viaggio. Fino a quel momento ci eravamo limitati a immaginarlo».

Dall’immaginazione all’organizzazione, il primo passo è stato quello di pensare il percorso: e se partenza e arrivo erano certi, il “mentre” era ancora tutto avvolto nella nebbia. Ogni tappa era da strutture, organizzare, calibrare. Tappe troppo lunghe sarebbero state troppo faticose; viceversa, percorsi eccessivamente brevi avrebbero allungato a dismisura le tempistiche del viaggio. Bisognava raccogliere a destra e a manca più consigli possibili, magari confrontarsi con chi aveva già fatto esperienza di pellegrinaggi sulle lunghe tratte, pianificare ogni singolo dettaglio: il peso dello zaino, quali e quanti vestiti portare, come organizzare le giornate tenendo conto dei ritmi del proprio corpo e delle proprie forze. È un viaggio da fare e rifare mentalmente prima che fisicamente, prefigurandosi ogni possibile evenienza: brutto tempo, calura, vesciche, indolenzimenti. Bisogna avere l’umiltà di riconoscere i limiti del proprio corpo e non forzarli, perché un leggero mal di schiena oggi magari domani può rendere insopportabile domani il peso dello zaino e compromettere tutto. «E poi – aggiunge Valerio – non si pianifica mai abbastanza, c’è sempre qualcosa che può andare come non avevi pensato. Il punto è avere la giusta forza motivazionale, avere dentro qualcosa che ti sostiene».

Il trekking: 1.500 chilometri da Monza alla Calabria

Il pellegrinaggio laico in memoria di Lea Garofalo voluto da Valerio e Valentino ha preso il via da San Fruttuoso, quartiere di Monza dove il corpo della testimone di giustizia era stato fatto sparire a seguito dell’omicidio. La storia di ‘ndrangheta milanese per cui Lea Garofalo ha pagato con la vita è finita lì, in un campo tra i palazzi, nient’altro che un terreno come ce ne sono mille altri nella pianura Padana: per questo Valentino e Valerio l’hanno scelto come punto di partenza. La vicenda di Lea Garofalo si era conclusa con la morte: è compito di chi fa memoria riportare queste storie alla vita, farle rinascere nell’impegno e nella testimonianza.

Non a caso, infatti, la prima tappa del viaggio è stato un altro luogo simbolo della lotta alle mafie in Lombardia: Libera Casa, a Trezzano sul Naviglio (MI), villetta confiscata al boss e narcotrafficante Salvatore di Marco e assegnata in quel periodo in gestione a Libera per dare un segnale forte ad un territorio difficile, fortemente colonizzato dalla presenza mafiosa e ‘ndranghetista, il sud ovest di Milano [oggi la struttura è stata restituita al comune di Trezzano sul Naviglio perché la riutilizzi a fini sociali, n.d.a.].

Da lì è partito il “vero e proprio” pellegrinaggio lungo i tracciati dell’antica Via Francigena, il fascio di percorsi e strade battute dai pellegrini che nei secoli passati raggiungevano Roma dall’Europa Centrale e dall’Italia tutta e recentemente riscoperto dagli appassionati del trekking e dei pellegrinaggi sulla scia del Cammino di Santiago. Valentino e Valerio hanno attraversato le geometrie della Pianura Padana tra Lombardia ed Emilia Romagna, percorso la Val d’Orcia e tutta l’ondulata e suggestiva Toscana, hanno raggiunto Roma e proseguito oltre la Città Eterna, ricollegandosi per un tratto alle vie della Francigena meridionale.

«Fino a Solopaca, in provincia di Benevento, abbiamo seguito i tracciati della Francigena appoggiandoci alle strutture convenzionate per l’accoglienza e il pernottamento: foresterie, monasteri, ostelli per pellegrini. Da Solopaca in poi, invece, il percorso fino a Pagliarelle l’abbiamo organizzato noi, prendendo i contatti con i coordinamenti e presidi di Libera dei vari territori per avere un appoggio, un aiuto, o per raccontare il nostro pellegrinaggio in fieri». In totale sono state una sessantina di tappe, per circa 25-30 chilometri al giorno di media fino alla destinazione finale: Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, il paese dove Lea Garofalo è nata e cresciuta e dove Valerio e Valentino hanno deposto simbolicamente un mazzo di fiori, presso il monumento dedicato alla donna.

La storia di Lea, Valerio la sente vicina per tanti motivi: perché anch’egli è calabrese, perché provengono entrambi dalla zona della Presila, perché i resti di Lea sono stati rinvenuti a Monza dove Valerio è attivo con il coordinamento provinciale dell’associazione. Perché nel parlare di Lea Garofalo, a Valerio sembra di parlare di qualcosa che gli è familiare: nomi di paesi, dialetto, panorami. Come se in qualche modo lui e Lea fossero cresciuti con gli stessi paesaggi negli occhi.

«Sono venuto via dalla Calabria a ventitré anni. Abitavo a Serra Pedace, nella zona della Presila cosentina: anche Lea era una presilana, ma lei abitava sul versante crotonese, nella zona chiamata “Sila piccola”. Sono due zone diverse per storia e tradizioni: quella cosentina, ad esempio, è storicamente la provincia calabrese a minor insediamento mafioso. Eppure penso che io e Lea dobbiamo aver vissuto esperienze simili, passeggiato negli stessi boschi, cercato i funghi negli stessi luoghi».

Ricordi della propria terra

Valerio rievoca spesso la Calabria mentre parliamo. I nomi della sua terra e i ricordi – sia del viaggio che della sua infanzia – si rincorrono nella narrazione, mischiandosi, intrecciandosi. La sua terra, nonostante i decenni di vita vissuta altrove, se la porta ancora dentro, con l’amore viscerale e rabbioso che solo il luogo dove si è nati e cresciuti può generare nel cuore di chi è costretto a lasciarlo. «Vengo da una terra montagnosa, aspra, che dà poco reddito: una terra di carbonari, boscaioli, zootecnia ed edilizia. La chiamano “l’osso”, la Presila, perché la “polpa” sta altrove, nelle città e nelle coste, e molta gente emigra. Come aveva fatto mio papà, carbonaro sulla Sila, che nel 1957 era andato in Francia e poi in Germania a lavorare come carpentiere per poter mantenere la famiglia. Poi, nel ‘71, ci siamo trasferiti tutti a Lissone (MB): non sono più tornato giù. Tra l’altro la passione per il trekking l’ho scoperta al Nord: giù dalle mie parti si andava in montagna per un motivo – raccogliere i funghi o la legna, ad esempio – e non per passeggiare. Inoltre è molto pericolo perdersi in Sila: è una montagna diversa dalle Alpi, si può camminare per giorni senza trovare alcun punto di riferimento».

«Cosa ricordi della Calabria, della vita giù?, gli chiedo. «Ho i classici ricordi da bambino: la mancanza di mio papà, che vedevo sì e no soltanto quindici, venti giorni all’anno. Oppure i luoghi e le suggestioni che mi spaventavano, come la leggenda familiare secondo cui un mio antenato era stato accoltellato in piazza e si era poi trascinato sanguinante fino a casa… Una storia che mi ha sempre fatto venire i brividi».

Ma c’è dell’altro, oltre all’impegno associativo e alla volontà di ricordare Lea, nella decisione di Valerio di affrontare un trekking così impegnativo: c’è il desiderio di riabilitare la Calabria e di sottrarla al continuo accostamento con la ‘ndrangheta. «Quando hai origini calabresi e ti viene domandato da dove vieni, c’è quasi una vergogna nel rispondere, un senso di imbarazzo. La decisione di dedicare la stagione conclusiva della mia vita a questa causa nasce proprio dalla volontà di provare a riscattare il nome della mia terra. Io pensavo di conoscerla già, ma è attraverso le storie di persone come Lea Garofalo o come quelle che quotidianamente si impegnano nei beni o nelle aziende confiscate alla mafia che ho riscoperto l’orgoglio di essere calabrese. Oggi sono queste le vere trincee». Il viaggio di Valerio e Valentino ha cercato di far sì che il coraggio di Lea – il suo prendere la parola contro la ‘ndrangheta e contro la sua stessa famiglia, sottrarsi alle dinamiche mafiose, vivere la solitudine di chi sceglie di testimoniare – non andasse perso e continuasse invece a vivere. Un po’ sulle gambe di due atletici trekker e un po’ su quelle di chi l’ha conosciuta per strada.

Prima di salutarci gli chiedo cosa gli sia rimasto, a distanza di mesi, della loro esperienza. «Mi è rimasta una grande, enorme consapevolezza di quanto sia importante la bellezza. Nel nostro viaggio abbiamo visto paesi, paesaggi, scorci di una bellezza straordinaria: l’Italia è un paese meraviglioso e la sua bellezza scava dentro. Ripenso soprattutto al momento in cui, alla fine del nostro pellegrinaggio, ci siamo uniti ad una marcia che si tiene ogni anno in Aspromonte: con loro siamo passati dal tristemente noto paese di San Luca, in provincia di Reggio Calabria. Dopo aver visto tante bellezze, l’impatto con il brutto, famelico profilo urbanistico di San Luca e con le montagne sfregiate dalle speculazioni edilizie mi ha fatto riflettere: quale idea di bellezza potranno avere i giovani di San Luca? Qualcuno ha mai provato a chiederglielo? A qualcuno importa? Come si può pensare che dei giovani possano apprezzare la bellezza, se nessuno ha mai insegnato loro a riconoscerla e valorizzarla?». Non pensa sia retorica.

«La bellezza dà identità, genera curiosità, dona uno stato d’animo sereno e la predisposizione ad accogliere l’altro. È su di essa che dobbiamo puntare, perché attira le persone, le rende migliori. È una delle certezze che mi è rimasta dal nostro viaggio».

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