Abbandoni

Il fascino dei luoghi abbandonati

Saranno i muri sbriciolati, l’abbraccio soffocante della vegetazione incolta, il senso di sospensione. O forse è solo la geometria del tempo che scorre, perfetta nella sua imperfezione, affascinante nella sua decadenza. O forse, ancora, sono le storie rimaste intrappolate tra la ruggine e la polvere, tra i calcinacci e la sporcizia.

Il fascino dei luoghi abbandonati non si spiega facilmente.

Comprende sensazioni contrastanti, non tutte necessariamente “belle”. Malinconia. Fascinazione. Tempo. Oblio. Attesa. Nostalgia di storie sconosciute, di cui non saprai mai nulla… Ma ti mancano ugualmente, fosse anche solo perché senti che lì, in quel luogo, qualcuno ha vissuto, amato, sofferto, litigato, pianto davvero. E la sua storia, ti chiedi, è meno degna di memoria di altre? Oppure la dimenticanza è una benedizione, capace di liberare il passato remoto dalle briglie asfissianti del presente?

Ricordi d’infanzia e di abbandoni

Ricordo che da piccola – abitavo in una cittadina dell’alta Valle Seriana, in provincia di Bergamo – c’era un luogo che più di ogni altro esercitava un fascino pazzesco su noi bambini della via (sì, erano i tempi in cui si giocava ancora per strada, si scorrazzava tutto il giorno con le biciclette nel campi e si tornava quando le madri chiamavano dal terrazzo per cena). Si trattava di un cantiere abbandonato.

Me lo ricordo come se ce l’avessi davanti ora. Era uno spazio che mi pareva enorme, o forse ero io ad essere piccola: circondato da una rete arrugginita, era tutto un susseguirsi di cumuli di sabbia che per noi erano dune di un deserto immaginifico, blocchi su blocchi di cemento armato con tutti i travetti arrugginiti di fuori (#ciaotetano), vecchi macchinari dimenticati lì e lì morti.

C’erano anche erbacce – un sacco – e una gabbia dove alcuni vicini stronzi avevano chiuso un cane enorme, un samoiedo bianco ipersviluppato di nome Kuma. Povero Kuma, ne eravamo tutti terrorizzati. A ripensarci adesso, che tristezza quel cane. Ricordo delle giocate incredibili, in quel cantiere. Gare su gare di muontain bike sulle “dune”. Chiacchiere su chiacchiere con le amiche, sedute sui blocchi di cemento. Leggende su leggende: «Senti? – e i maschi picchiavano su un asse di legno marcio e semisepolto – Qui sotto c’è una bara, il morto viene fuori di notte». La cosa buffa è che ci credevamo. Un luogo abbandonato è stato il cuore delle nostre avventure infantili, con buona pace delle mamme che «Guardate che vanno i drogati, lì, non dovete giocarci voi!». Certo, come no.

Ora il cantiere abbandonato non c’è più. Un’agenzia immobiliare ha comprato l’area, ci ha costruito un complesso residenziale con villette e piscina.

Il fascino della decadenza

Casa diroccata (Hora Sfakion, Creta)

Le storie. L’ho già detto, vero, che sono soprattutto le storie ad affascinarmi nei luoghi abbandonati? L’ho scoperto per caso. Come se quella lunga memoria infantile si fosse annidata da qualche parte per saltare fuori quando… Boh, quando esattamente? Quando ho scoperto che ci sono gruppi interi di appassionati e appassionate che fanno dell’esplorazione dei luoghi abbandonati una forma d’arte. Di collezionismo, quasi. Si chiama urbex, abbreviativo di urban exploration, e unisce gente da tutto il mondo. Una community di persone affascinate dalla decadenza dei luoghi. Novelli Indiana Jones e novelle Lara Croft in salsa metropolitana, reportage e fotografia che invece di raccontare storie note vanno a caccia di quelle sepolte nelle pieghe del tempo (ne ho pure scritto, qui parlando di un gruppo di urbex italiani).

Palazzi abbandonati. Fabbriche in disuso. Ospedali e manicomi. Paesi fantasma. Vecchi hotel e parchi divertimento. Chiese sconsacrate. Ciascuno con le sue storie dietro.

Faro di Punta Libeccio (Marettimo, Sicilia)

 

Premetto: sono sempre stata un po’ fifona. Nel senso che è sempre stato Martin quello più temerario nel corso dei nostri viaggi, quello che davanti a un faro diroccato cercava di metterci dentro il naso e che curiosava tra i ruderi di vecchie abitazioni. Io ho sempre avuto paura che ci fosse una telecamera, che ci sbattessero dentro per violazione di proprietà privata, (che fosse pieno di ragni), che fosse pericoloso.

E sia chiaro: sono timori infondati, ma non poi così tanto. Entrare in proprietà altrui è una violazione, entrare nei ruderi pericolanti è rischioso, ci sono un sacco di ragni (e vespe, e insetti non bene identificati) e spesso pure un sacco di spazzatura e roba ammuffita / morta / arrugginita. Però ho scoperto che c’è pure qualcosa di affascinante. Di molto affascinante.

I luoghi abbandonati custodiscono qualcosa che nella nostra società forse è andato perso: il senso dello scorrere del tempo e i mutamenti che esso porta con sé. Anche, forse, uno scivolamento nell’oblio a cui non siamo più abituati. Guardiamo questi luoghi – posti dove qualcuno ha vissuto – e ci rendiamo conto che quelle storie sono reali anche se non hanno lasciato tracce: ne porta l’impronta lo spazio che le ha accolte.

 

“Il declino è anche una forma di voluttà, proprio come la crescita. L’autunno è altrettanto sensuale che la primavera. C’è tanta grandezza nel morire come nel procreare.” (Iwan Goll)

Leave a Reply