Abbandoni

L’eco del Medioevo (Mulino Torretta, Viboldone)

Dopo la Cascina Paradiso, altra zona di Milano, altro edificio, altra storia. Più antica ancora, questa, perché il Mulino Torretta non è solo un luogo abbandonato di enorme fascino, ma ha pure un indubbio valore storico. Eppure.

Siamo a San Giuliano Milanese, nel parco della Vettabbia (MI) a poca distanza dal borgo di Viboldone. L’abbazia di Chiaravalle non è lontana, tra i filari di alberi e le rogge che tagliano a linee rette questo angolo di vecchia campagna lombarda la si può scorgere. Il Mulino Torretta se ne sta acquattato nella convergenza del canale Vettabbia e di un secondo canale, più piccolo, e nascosto da una selva di vegetazione che a seconda dell’angolatura lo fa sparire o lo rende visibile.

Nella foschia grigia di una domenica pomeriggio novembrina potrebbe pure essere una casa fatata. Che si mostra o si cela a seconda di chi la guarda.

 

Mulino Torretta, una storia antichissima

«Io ne sono innamorata – spiega Cristiana Amoruso, vicepresidente della sezione Milano Sud Est di Italia Nostra, associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e culturale italiano -, è un luogo magico, denso di storia! Ed è assurdo che sia lasciato così andare». Cristiana ci ha accompagnati in visita al Mulino Torretta e ce ne ha raccontata tutta la storia.

La presenza del mulino è testimoniata nei documenti storici fin dall’anno 1070, e questo significa che chi viveva e lavorava qui ha visto da lontano la nascita e la costruzione dell’Abbazia di Chiaravalle. Non è poi così difficile figurarsi come doveva essere secoli fa… La via Aemilia passava proprio attraverso queste terre, e il mulino con la sua torre (il nome Mulino Torretta deriva proprio da qui) doveva far parte di una linea di edifici di avvistamento che controllavano confini e spostamenti.

Una posizione strategica in una zona molto fertile. Cristiana ci fa presente che in passato queste aree della pianura erano coperte da fitti boschi di ontani e querce e quadrettate da una rete di cascine e minuscoli borghi che nel corso degli anni hanno mantenuto la zona vivace e produttiva.

Storia e abbandono

 

Oggi il Mulino Torretta è in tutto e per tutto un edificio in stato di grande degrado. Cristiana Amoruso ci fa presente che fino agli anni Sessanta lo stabile era abitato e funzionante, ma successivamente è stato abbandonato a se stesso. Con tutto ciò che questo comporta: progressivo sgretolamento dei muri, erbacce, vandalismi, trafugamenti di elementi architettonici di pregio, degrado della struttura. Da quando è crollato il tetto, poi, la situazione è peggiorata.

«Qui davanti, all’ingresso, c’era un piccolo porticato con l’affresco di una Madonna – spiega Cristiana – ma è stato distrutto e portato via. Voi non avete idea di quanti reperti vengano trafugati da questi edifici antichissimi e dimenticati. Oggi sarebbe necessario un intervento strutturato di recupero e messa in sicurezza non da poco, e non abbiamo più molto tempo: visto il crollo del tetto, tempo due anni e tutto ciò che c’è qui sarà irrecuperabile».

Eppure le idee non mancano: sono i finanziamenti a mancare, quelli sì. L’idea dell’associazione Italia Nostra sarebbe quella di un’azione congiunta con altre realtà attive sul territorio, come la sezione locale del WWF, per un intervento che sia architettonico e naturalistico insieme. La creazione di un “bosco medievale”, ad esempio, così come doveva essere nei secoli passati, abbinata al recupero dello stabile in ottica anche di turismo slow e valorizzazione del territorio locale.

Tra passato e presente

Metto subito le mani avanti: non sono riuscita a entrare nel Mulino Torretta. Cristiana non ha voluto rischiare che un mattone cadesse in testa a qualcuno, così abbiamo preferito evitare. Magari ci sarà modo in futuro.

La struttura è di mattoni rossastri ed è la stratificazione di diverse epoche. La facciata e la torre – oggi capitozzata, cioè abbassata rispetto all’originale – sono parte della costruzione originale e infatti appaiono, manco a dirlo, più solidi di tutto il resto. La chiave di volta dell’ingresso principale è di marmo bianco e spicca, candida, sulla parete rosso-nerastra di mattoni e muffa. Oltre gli archi si scorgono la struttura della torre, cortili invasi da massi, erbacce e assi di legno marce, alberi cresciuti all’interno e muri coperti di graffiti e scritte con lo spray.

Passato e presente intrecciati, eppure penso che il passato ci faccia più bella figura (non capirò mai cosa porta qualcuno a scarabocchiare ca**ate su edifici antichi: la necessità di lasciare un segno del proprio passaggio? Una maldestra lotta personale contro la dimenticanza? Chissà).

Cristiana ci spiega che il rudere è spesso usato da gruppi di ragazzi senza tetto, che si riparano nella vecchia struttura della torre (ancora coperta). «Ho lasciato un biglietto chiedendo loro di non accendere fuochi per cucinare all’interno – racconta – perché il fumo danneggia le pareti e i resti… ».

Camminiamo attorno alla struttura, cullati dal rumore dell’acqua che scorre tra i canali. Tra gli alberi che proteggono il mulino alle spalle, è possibile scorgere ancora la ruota di ferro del mulino.

Penso che l’abbandono abbia una precisa combinazione di suoni e odori: un silenzio che non è silenzio e pare più sussurro, i fruscii della natura che guadagna terreno sull’opera dell’uomo, e poi terra umida, decadimento misto vita nuova, odori pregnanti, contrastanti.

E forse guardare negli occhi l’abbandono significa lasciarsi alle spalle i deliri di onnipotenza e immortalità tipici della nostra epoca, e ricominciare a fare i conti con la caducità delle nostre esistenze. E da lì, quindi, ripartire .

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