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Solstizio d’estate e Festa di San Giovanni, da sempre un momento di passaggio

Quando ho iniziato a interessarmi di miti, folklore e tradizioni legate alle erbe e alle credenze popolari, mi sono stupita nel rendermi conto di quanto i nostri antenati concepissero il mondo come una trama intrecciata di fili sottilissimi. Niente compartimenti stagni, ma piuttosto un continuo contaminarsi di simboli e connessioni che univano presente e passato, contemporaneità e antichità, magia e tentativi scientifici. Ciascuno era parte di un tessuto ben più ampio, che comprendeva vita e morte, spiritualità e superstizione, fede e concretezza.

Su di me questa cosa esercita un fascino incredibile. Oggi siamo tutti tante isole, perennemente connessi alla rete ma incapaci spesso di riconoscere e vivere connessioni più profonde: quella con la natura, con le nostre tradizioni, con gli antichi saperi.

Tra queste tradizioni mi ha sempre incuriosito il patrimonio di credenze, azioni e riti popolari connessi ai giorni del solstizio d’estate, che nella tradizione cristiana è diventata la festa di San Giovanni Battista.

Solstizio d’estate, il giorno più lungo e la notte più breve

Fin dall’antichità, solstizi ed equinozi hanno rivestito un’enorme importanza simbolica. Quando lo scandire del tempo era legato  all’avvicendarsi delle stagioni e la vita contadina segnava la scansione dell’anno, i momenti di equilibrio tra luce ed ombra e di predominanza dell’uno sull’altra erano passaggi astrali importantissimi.

Prova ne è il fatto che non c’è cultura o tradizione che non li abbia celebrati e festeggiati, riprendendo peraltro simbologie estremamente simili pur nella distanza geografica.

Il solstizio d’estate cade attorno al 21 giugno e rappresenta il momento dell’anno in cui la luce raggiunge la sua massima espansione sulle tenebre: il giorno più lungo e la notte più breve, il sole che raggiunge il suo culmine prima di iniziare la discesa lungo la volta celeste, in un impercettibile ma inesorabile riduzione delle giornate. E’ la cosiddetta festa di mezza estate, in cui sembra che tutto possa accadere perché nel passaggio tra due equilibri si creano nuove connessioni: pensate al “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare. Dal punto di vista simbolico, rappresenta il momento di massima unione tra l’elemento solare e quello lunare, tra il fuoco e l’acqua, la luce e il buio.

Non è un caso quindi che il fuoco abbia sempre avuto una valenza molto importante nei riti solstiziali.

Nello specifico, è in questa notte magica che si accendevano i falò nelle campagne e si praticava il “salto del fuoco” per bruciare le negatività e propiziarsi i mesi a venire.

La tradizione cristiana e la festa di San Giovanni: un rimando di simbologie

Con l’avvento del cristianesimo in Europa, anche le feste solstiziali sono state inglobate nella simbologia cristiana e ad esse sono stati sovrapposti simboli e figure della nuova religione che andava affermandosi. Un processo di assimilazione, questo, che ha toccato praticamente tutti gli antichi riti contadini.

Se andiamo infatti a verificare le corrispondenze, scopriremo che Natale cade nel periodo del solstizio invernale e del “solis invictus”, cioè del sole che rinasce dopo le tenebre (così come la nascita di Gesù porta simbolicamente la luce nel mondo), mentre Pasqua riprende la simbologia della rinascita tipica di Beltane e dei riti di Calendimaggio: da dove pensate che l’abbiamo presa la tradizione delle uova?

Se si va a scavare sotto la superficie e sotto ciò che è stratificato nel corso dei secoli, si scopre un mondo pulsante e vivo che chiama magari le stesse cose con nomi diversi, ma la cui ciclicità non è mai stata tradita.

Ecco allora che il solstizio – transizione e passaggio tra diversi equilibri – viene sovrapposto alla Festa di San Giovanni Battista (24 giugno), colui che annuncia, che apre le porte a Gesù Cristo. In moltissimi paesi europei e nella maggioranza delle tradizioni popolari locali, la Festa di San Giovanni ha inglobato gran parte dei riti e delle simbologie antiche legate al solstizio.

Erbe e rugiada, le tradizioni della festa di San Giovanni

Avete mai sentito parlare delle erbe di San Giovanni? Forse ve ne hanno accennato le vostre nonne, o forse ne avete letto su qualche libro. Di che cosa si tratta? Perché vi era la tradizione diffusa di raccogliere le erbe proprio a cavallo di questa festa?

Le erbe sono da sempre le grandi protagoniste della festa di San Giovanni. E’ un mondo tutto al femminile, quello che custodiscono: proprio nell’unione tra sole e luna, tra fuoco e acqua vanno cercate le spiegazioni a questa usanza.

Scientificamente parlando, i mesi a cavallo tra primavera ed estate sono quelli in cui la maggior parte delle piante officinali raggiunge il suo tempo balsamico, cioè il miglior contenuto di principi attivi e quindi il momento più indicato per la raccolta. In altre parole, molte erbe raggiungono la loro pienezza curativa proprio in queste settimane.

Le nostre antenate, che magari non erano istruite ma di certo non erano sceme, questa cosa l’avevano già capita. Forse non ne conoscevano il principio scientifico, ma ciò non toglieva che sapessero esattamente quando una pianta poteva dare il massimo delle sue qualità officinali.

Dal punto di vista simbolico, invece, si credeva che fossero la rugiada della notte di san Giovanni e gli influssi lunari a rendere la raccolta particolarmente portentosa.

Le erbe di San Giovanni

Le conoscenze fitoterapiche di cui le nostre antenate erano silenziose esperte sono quelle che hanno valso loro per secoli l’appellativo di “streghe”. Le streghe erano erboriste, levatrici e donne sagge, che usavano le erbe per guarire e curare, consolare e aiutare.

La storia della “caccia alle streghe” è stata per lunghi secoli scritta da uomini, che parlavano di unguenti e intrugli strani associati a conoscenze demoniache.

Chi mi conosce sa che la tematica della caccia alle streghe e dell’enorme pregiudizio rispetto al mondo della conoscenza femminile mi sta molto a cuore, ma non è questo lo spazio adatto a svilupparlo. E’ però importante sottolineare che le erbe usate per le cure sono sempre state piante semplici, che si trovano nei prati e nei boschi: addirittura fiori umili e infestanti, spesso.

Le erbe di San Giovanni non fanno eccezione. Quelle che venivano tradizionalmente raccolte in questa notte non erano che erbe comuni: l’iperico, la ruta, la verbena, l’artemisia. Ma anche la salvia, la menta, la lavanda, la calendula, il rosmarino, il sambuco. 

In passato era tradizione mettere questi fiori profumati a macerare in una bacinella d’acqua, che veniva poi esposta per tutta la notte alla luce della luna: lavarsi viso e mani con l’acqua di San Giovanni era ritenuto propiziatorio, nonché un rimedio di bellezza e buona sorte.

L’iperico, l’erba di san Giovanni per eccellenza

L’Hypericum perforatum, o iperico, è sempre stato considerato l’erba di san Giovanni per antonomasia. Era l’ingrediente principale dei mazzetti di erbe che venivano appesi alle porte delle case per tenere lontani spiriti negativi e sfortuna, ma è anche e soprattutto una potentissima pianta officinale. Ho provato a raccogliere alcune curiosità su questo fiore comunissimo, diffuso da nord a sud Europa, perché è l’erba guest star del solstizio estivo.

  • L’iperico deve il suo nome latino ad una singolare qualità delle sue foglie, che presentano dei vacuoli e sembrano così bucherellate. Pensate che per questa caratteristica in antichità si credeva che l’iperico curasse principalmente le ferite da arma appuntita.
  • Uno dei suoi nomi comuni è “scacciadiavoli”. Usato in passato per allontanare presenze negative e spiriti oscuri, recentemente sono state dimostrate scientificamente le sue proprietà antidepressive: e che cos’è la depressione, se non un’oscurità dell’anima? Già in passato l’infuso di iperico era usato per allontanare la malinconia (la sapevano lunga, le nostre antenate).
  • L’oleolito di iperico si ottiene mettendo a macerare i fiori freschi in olio, ed è un ottimo cicatrizzante: può essere usato per curare tagli, escoriazioni e bruciature. Anche quelle per eccessiva esposizione al sole!
  • Attenzione però: l’iperico è una pianta fotosensibilizzante. Rende cioè la pelle molto sensibile alla luce del sole, quindi evitate di assumerlo o di usare l’oleolito prima di esporvi al sole. Meglio applicarlo di sera.

Ovviamente, prima di usare qualsiasi pianta a livello domestico consultatevi con un medico, un’erborista o un naturopata! Anche se c’è la tendenza comune – spocchiosa – a considerare la fitoterapia una sottoscienza, o addirittura una pratica al limite della superstizione, non dimentichiamoci che per secoli i nostri nonni si sono curati usando i principi attivi delle piante. Non è un gioco e, se mal utilizzate, alcune piante possono essere tossiche o causare problemi. Quindi, consultiamoci prima con chi è esperto 🙂 


Per approfondire la tematica della simbologia legata al mondo delle erbe e alle tradizioni pagane legate ai cicli delle stagioni, ci sono una marea di libri, siti e studi.

Io personalmente ho trovato utilissimi i libri di Erika Maderna – in particolare “Medichesse” (Aboca Edizioni, 2014) e “Per virtù d’erbe e d’incanti” (Aboca Edizioni, 2018) – e gli approfondimenti di Alfredo Cattabiani, soprattutto “Florario” del 1997 e “Lunario” del 2002, entrambi editi Mondadori.

Sulle proprietà dell’iperico, ho preso spunti e consigli dal blog di Deborah Pavanello, naturopata e insegnante di yoga.

 

 

 

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